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Ambizioni “green” di ENI: pochi dati di fatto

by legambiente on giugno 26th, 2020

Riportiamo un articolo di Greenreport del 25.6.2020
Il nostro territorio è interessato particolarmente all’impianto di gassificazione (talvolta chiamato impropriamente “bioraffineria”) da costruirsi a Stagno, del quale non è ancora noto  il progetto.

La gran corsa di Eni verso il green tra (enormi) ambizioni e (pochi) dati di fatto

Eni, sforna un nuovo progetto green per Taranto e conferma di voler abbattere dell’80% le emissioni di CO2 legate al proprio business entro il 2050

[25 Giugno 2020]

Ambizioso è ambizioso: l’obiettivo annunciato da Eni di abbattere l’80% le emissioni di CO2 legate al proprio business in termini assoluti (incluso lo scope 3) entro il 2050 è stato valutato come il migliore al mondo nel settore dal think tank Carbon tracker. Eni sta andando di gran carriera? Sulla carta, perché nei fatti le cose non stanno così, o almeno non ancora.

Comunque la si pensi, l’idea che Eni affermi che “produrrà sempre più energia verde sviluppando le rinnovabili, produrrà gas, GNL e idrogeno da gas e da materie prime di origine bio, ripuliti dalla CO2 grazie ai progetti di sequestrazione e stoccaggio, genererà bio carburanti nelle proprie bioraffinerie, nonché bio carburanti, metanolo e idrogeno da rifiuti e scarti, e chimica da rinnovabili e da materie prime seconde”, è un percorso come minimo molto più green rispetto a ciò che ha fatto in passato. Entrando nel merito del come intende arrivarci, invece, l’azienda anche oggi, presentando un nuovo accordo per la raffineria di Taranto, dà per scontato ad esempio i progetti di ingegneria in corso per la realizzazione di un impianto “Waste to Hydrogen”, finalizzato alla produzione di idrogeno presso la bioraffineria Eni di Venezia, a Porto Marghera, e al progetto “Waste to Methanol” per la produzione di metanolo nella raffineria Eni a Livorno. Se è vero che a Marghera qualcosa si sta muovendo, quello di Livorno è un progetto ambizioso ma al momento assolutamente in alto mare, e nessuno conosce ancora nel dettaglio il progetto. Non le istituzioni, tantomeno il territorio che però si è già opposto. Argomentando, come del resto anche i sindaci di Livorno e Collesalvetti (l’impianto sorgerebbe a Stagno che sa in mezzo ai due Comuni), che qualunque sia il nuovo impianto deve prevedere un abbattimento complessivo delle attuali emissioni della raffineria locale.

E si arriva così al nuovo progetto di Taranto, che Eni spiega così: nelle aree della raffineria jonica si punta a verificare la fattibilità di un impianto per la produzione di gas di sintesi da plasmix e CSS, mediante un processo di riciclo chimico. Il gas sarà successivamente raffinato in due flussi indipendenti: idrogeno, che potrebbe essere destinato alla raffineria Eni per alimentare i processi di idrodesolforazione dei carburanti, e un gas ricco di ossido di carbonio che potrebbe essere impiegato in acciaieria, sia nei processi in altoforno che nelle nuove tecnologie DRI (Direct Reduced Iron). Questo offrirebbe un contributo importante anche alla decarbonizzazione dell’industria siderurgica.

NextChem, la controllata di Maire Tecnimont per la chimica verde che è partner Eni in questo progetto, sta finalizzando gli aspetti relativi all’applicazione industriale dell’iniziativa. Un gruppo di lavoro congiunto tra le due società verificherà la fattibilità tecnica, economica e dei flussi dell’impianto. Rilevante sarà anche il coinvolgimento delle istituzioni del territorio.

“Quella sviluppata da NextChem – spiega Eni nella nota – è un’innovazione tecnologica tra le più rilevanti degli ultimi anni nel campo dell’economia circolare e della transizione energetica ed è applicabile ai processi di riconversione di siti brownfield dell’industria tradizionale e pesante. I prodotti chimici di origine “circolare” ottenuti mediante questa tecnologia riducono il fabbisogno di estrazione di risorse di origine fossile e contribuiscono alla decarbonizzazione di segmenti importanti dell’industria, fornendo carburanti low carbon al settore dei trasporti, che incide in modo cospicuo sulle emissioni globali di CO2”.

Tutto (ancora) sulla carta, perché di impianti di questo tipo non se ne conoscono in Europa e la tecnologia di riferimento, stando almeno a quel poco che si sa sull’impianto nel livornese, è quella del Giappone.

La chiave di tutto quindi è, come sempre, la sostenibilità: nessuna avversione agli impianti se questi migliorano situazioni inquinate – ma lo devono fare con dati scientifici e progetti di dettaglio, oltre che naturalmente sul campo – e magari trovano soluzioni a più problemi, vedi rifiuti ed energia. Ma soprattutto attenzione alla comunicazione: non dare mai per scontata la realizzazione di un impianto, come ben sappiamo, neppure fosse il più pulito del mondo

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